Domande aperte intorno alla divulgazione
Non sarebbe ora che divulgatori e divulgatrici (soprattutto in ambito scientifico, ma non solo) si assumessero la responsabilità di ciò che dicono, data la posizione pubblica che occupano, in grado di influenzare migliaia, a volte milioni, di persone?
La domanda, per quanto retorica possa apparire, ne contiene già un’altra meno ovvia: tale responsabilità si può estendere anche al non detto?
Un video apparentemente innocuo e leggero può essere un buon punto da cui partire. A ben vedere, è proprio il fatto che venga prima presentato, e poi percepito come tale, che può essere visto come parte del problema. Ma andiamo con ordine.
In un recente video contrassegnato come contenente pubblicità (ADV in gergo tecnico), il divulgatore Barbascura X (2026) mostra come avviene la produzione del Parmigiano Reggiano all’interno di un caseificio. Questo non significa, tuttavia, che il video assuma la forma di una pubblicità tradizionale: il registro è quello della divulgazione, attraverso una ricostruzione tecnica delle diverse fasi di produzione.
Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere il confine particolarmente sottile e a far intravedere una tensione, difficile da gestire, tra il perimetro della promozione e quello della divulgazione.
La domanda sorge spontanea: dove comincia e dove finisce esattamente la spiegazione di «come si fa il Parmigiano Reggiano»?
Si può cominciare dal latte che entra nel caseificio.

Oppure si può allargare lo sguardo, a partire dai corpi e dalle vite di chi quel latte lo produce.
Prendendo in prestito una celebre formula di Marx (1994: 208), si vedrà in questo secondo caso «non solo come produce il Parmigiano Reggiano, ma anche come lo si produce, il Parmigiano Reggiano».
A partire dalla selezione genetica della mucca Frisona (la razza più diffusa per questo tipo di produzione), che ha portato la produzione del latte ad aumentare vertiginosamente, con conseguenze documentate sulla salute dell’animale (Moriconi, 2025). Secondo l’associazione di categoria, nel 2024 la produzione media delle bovine Frisone ha raggiunto i 10.977 kg di latte per lattazione (ANAFIBJ, 2025).
Oggi una bovina Frisona ad alta produzione può superare i 40 kg di latte al giorno; nei controlli funzionali del 2025, il 32,4% delle bovine superava questa soglia, più del doppio rispetto alla quota registrata nel 2010 (Fantini, 2025).
La produzione italiana di latte avviene in larga parte in sistemi intensivi, nei quali le mucche trascorrono gran parte o tutta la loro vita all’interno delle strutture di allevamento, spesso senza accesso al pascolo (Moriconi, 2025: 11; Essere Animali, n.d.).
La mucca viene ingravidata per produrre latte, essendo un mammifero. Ciò significa che viene artificialmente inseminata affinché possa svolgere il suo ruolo di unità produttiva. Personalmente, preferisco parlare di abuso sessuale e riproduttivo per correttezza semantica, dato che non si può certo inferire il suo consenso.

Dopodiché il cucciolo viene allontanato dalla madre, nella maggior parte dei casi poco dopo la nascita, perché il latte è una merce ed è destinato al consumo umano (Moriconi, 2025; Essere Animali, n.d.).
In media, dopo 4 o 5 anni il corpo della mucca, consumato da questo ciclo produttivo, non è più considerato abbastanza produttivo, perciò la mucca viene destinata al macello. Una mucca potrebbe vivere almeno 20 anni, ma può arrivare anche a superare i 30 anni (Moriconi, 2025: 21; Essere Animali, n.d.).
Il cucciolo maschio è, dal punto di vista della produzione di latte, uno scarto del sistema produttivo.
Non potendo produrre latte, viene separato dalla madre e destinato prevalentemente alla filiera della carne, che ha trasformato quello che storicamente era considerato un animale di scarso valore economico in un ulteriore prodotto da valorizzare (Montinaro, 2021).
Il Parmigiano Reggiano, inoltre, è un prodotto DOP e il relativo disciplinare prevede l’uso esclusivo di caglio di vitello per la coagulazione (Unione europea, 2018).
Il caglio animale è un coagulante ricavato dallo stomaco di vitelli lattanti macellati. Come spiega anche un produttore del settore (Sternieri, n.d.), il Parmigiano Reggiano non può essere considerato vegetariano proprio per questo motivo.
Come se non bastasse, le mucche manifestano una serie di problematiche di salute associate alle condizioni di allevamento e all’elevata produttività: stress, mastiti, zoppie, disturbi metabolici e problemi riproduttivi (Moriconi, 2025: 22-44; Essere Animali, n.d.).
Le mastiti, spesso invocate per giustificare la mungitura delle mucche, sono infiammazioni della mammella che la letteratura correla anche all’aumentata produzione dovuta alla selezione genetica (Moriconi, 2025: 31).
Non solo.
Seguire la filiera significa considerare anche l’impatto ambientale a monte e a valle della produzione: uso del suolo e dell’acqua, produzione dei mangimi, gestione delle deiezioni, emissioni di gas serra (in particolare metano) e inquinamento delle acque dovuto al rilascio di nutrienti in eccesso.
Uno studio di Life Cycle Assessment (Lovarelli et al., 2022) condotto specificamente sulla filiera del Parmigiano Reggiano DOP mostra che, nei sistemi analizzati, la produzione del latte costituisce di gran lunga la componente principale dell’impatto ambientale complessivo del formaggio.
Dunque, anche questo significa spiegare «come si fa il Parmigiano Reggiano».
Nessuna di queste informazioni è esterna alla filiera che lo rende possibile.
È semmai lo sguardo ad esserlo.
Qual è il limite della divulgazione?
Si può certamente obiettare che nessun contenuto può dire tutto.
Ed è vero. Inoltre il contenuto usato come caso studio è volutamente breve, leggero e ha un tono giocoso di intrattenimento ma comunque divulgativo. Alla luce delle osservazioni fatte, però, la leggerezza del video in questione assume un’altra colorazione. Ogni forma di divulgazione necessariamente seleziona il proprio oggetto, stabilisce un punto di ingresso e un punto di arrivo. La questione, pertanto, non è l’omissione in sé: sarebbe un falso problema.
La domanda diventa un’altra: come viene stabilito quel confine?
Ma soprattutto, perché alcuni confini appaiono così naturali da non essere nemmeno percepiti come tali?
Un secondo esempio di divulgazione può aiutare ad inquadrare meglio la questione.
In un video dedicato al consumo di latte, il divulgatore Dario Bressanini (2017) affronta una serie di questioni legate alla sua digestione, all’intolleranza al lattosio e alla persistenza della lattasi negli esseri umani in età adulta. L’argomento secondo cui bere latte sarebbe sbagliato perché “innaturale” viene ricondotto, correttamente, sul terreno delle evidenze scientifiche.
Il video in questione è diverso sia per la durata, trattandosi di un approfondimento di circa 15 minuti, sia per lo scopo, essendo puramente divulgativo e non sponsorizzato.
Possiamo subito notare che anche qui lo sguardo ha dei limiti ben precisi; la differenza sta però nel fatto che, a un certo punto, questi limiti vengono nominati esplicitamente o, più correttamente, evocati, proprio in chiusura del video.
L’autore approfondisce con dovizia di particolari la dimensione storico-evolutiva del consumo di latte e latticini, così come le caratteristiche chimiche. In conclusione, l’autore sostiene che bere latte in età adulta non sia “contro natura” e che, se una persona è intollerante al lattosio, esistano soluzioni tecniche, come il latte delattosato. Soluzione che egli stesso indica come priva di rischi per chi voglia continuare a berlo.
Come anticipato, è interessante notare come lo stesso Bressanini (2017) espliciti prima un limite deontologico preciso nella conclusione del contenuto:
Io non faccio pubblicità agli alimenti. Io sono un divulgatore, parlo di cibo. E […] ritengo eticamente inaccettabile che io vi consigli questo o quell’alimento, questa o quella marca.
Nel passaggio successivo, si spinge oltre, evocando senza però argomentare un altro limite, che era rimasto implicito nell’ordine del discorso:
Se non vi piace oppure se avete delle remore di tipo etico, non bevetelo. Non mi interessa assolutamente.
Bressanini sembra, in effetti, collocare su un piano diverso le due possibilità: bere o non bere latte vaccino. Mentre il consumo viene trattato come una possibilità del tutto ordinaria, il rifiuto del latte per ragioni etiche viene ricondotto alla sfera delle convinzioni personali.
La distinzione può apparire perfettamente ragionevole. La scienza descrive ciò che è; l’etica riguarda ciò che riteniamo debba essere. Ma qualcosa non torna.
Perché l’etica compare soltanto quando qualcuno decide di non consumare il latte?
O ancora: come mai la fisiologia del consumo di latte appartiene al campo semantico dei “fatti”, e perciò della scienza, mentre le condizioni della sua produzione possono essere ridotte a remore di etica individuale?
Descrivere non implica prescrivere. Oppure sì?
Un terzo caso sposta ulteriormente la questione, consentendoci di arrivarne al cuore.
Nel suo testo Come funziona davvero il mondo (2023) Vaclav Smil, considerato un importante esponente della ricerca su temi ambientali, rivendica un approccio fortemente science–based, cioè basato unicamente sui dati, sulla comprensione dei vincoli materiali del nostro mondo, per colmare la distanza eccessiva, che considera problematica, tra ciò che gli scienziati sanno e ciò che il pubblico generale conosce.
Il libro è denso e l’intento divulgativo lodevole. Ma ciò che qui mi interessa discutere è un cambio di registro che si verifica quando il discorso si concentra sull’alimentazione e si parla di veganismo. A pagina 122 si legge (Smil, 2023):
Un’agricoltura sostenuta a livello globale solamente attraverso la pratica del riciclo degli scarti organici e da un più diffuso sistema di rotazione delle colture sarebbe immaginabile solamente se il pianeta fosse abitato soltanto da 3 miliardi di individui e se questi si nutrissero soprattutto di cibi di origine vegetale, ma non nel caso di una popolazione di quasi 8 miliardi di persone con regimi alimentari più vari.
Poco più avanti Smil (2023: 125) dichiara:
Gli sforzi in direzione di un veganesimo di massa sono invece destinati a fallire.
E aggiunge subito dopo,
Il consumo di carne è una componente del nostro retaggio evolutivo significativa quanto lo sono il nostro cervello così grande […], il bipedismo e il linguaggio simbolico (Smil, 2023: 125).
Nella stessa pagina sostiene inoltre che, affinché il potenziale di crescita fisica degli esseri umani possa esprimersi pienamente, sarebbe necessario offrire durante l’infanzia e l’adolescenza un’alimentazione contenente una quantità sufficiente di proteine animali, richiamando l’aumento dell’altezza media osservato in Giappone, Corea del Sud e Cina parallelamente all’aumento del consumo di prodotti animali.
Infine conclude lapidario:
L’idea che miliardi di umani — in tutto il mondo, non solo tra gli abitanti delle ricche metropoli occidentali — si astengano dal consumo di qualsiasi prodotto di origine animale, o che governi vogliano imporre una scelta simile possano trovare sostegno, è francamente ridicola (Smil, 2023: 125).
Non mi interessa qui stabilire, punto per punto, se le affermazioni siano solide o meno dal punto di vista scientifico. Sarebbe certamente possibile farlo, ma ci porterebbe fuori dal tema dell’articolo.
Ciò che vorrei mostrare è il cambio di registro: dall’estrema prudenza nel fare previsioni e dalla ricerca dei migliori dati disponibili per descrivere lo stato dell’arte della conoscenza scientifica, a formulazioni molto più assertive quando il discorso arriva al veganismo. «Destinati a fallire» è una previsione. «Francamente ridicola» è una valutazione. Entrambe sembrano dissonanti rispetto al registro linguistico, comunicativo del resto del testo.
Eppure, nella conclusione del libro, lo stesso Smil (2023: 414) scrive:
Come ho fatto notare nel capitolo iniziale, non sono né un pessimista né un ottimista, sono uno scienziato. Non c’è alcun secondo fine nel voler comprendere come funziona davvero il mondo.
Avere un’idea realistica del nostro passato, del presente e delle incognite relative al futuro è la base migliore da cui approcciare lo sconosciuto orizzonte temporale che si staglia di fronte a noi. Sebbene sia impossibile essere troppo specifici, siamo coscienti del fatto che la prospettiva più plausibile è un misto di passi avanti e incidenti di percorso, di difficoltà apparentemente insormontabili e di progressi quasi miracolosi. Il futuro, come è sempre stato, non è predeterminato. La forma che prenderà dipenderà dalle nostre azioni.
Il contrasto è interessante. Da una parte, il futuro «non è predeterminato» e la sua forma dipenderà dalle nostre azioni; dall’altra, gli sforzi verso un veganismo di massa sono «destinati a fallire». Non sono semplicemente dati.
Anche il passaggio dal ruolo storico della carne nell’evoluzione umana all’impossibilità di un futuro veganismo di massa contiene un’inferenza: sapere come siamo arrivati fin qui non determina automaticamente quali sistemi alimentari siamo in grado di costruire.
Allo stesso modo, osservare che l’aumento del consumo di prodotti animali è associato storicamente all’aumento dell’altezza media non equivale, di per sé, a dimostrare che le proteine animali siano una condizione necessaria affinché il potenziale di crescita umano possa esprimersi pienamente.
Le fonti possono essere reali. I dati possono essere corretti.
E tuttavia rimane una domanda: dove finisce il dato e dove comincia l’interpretazione del dato?
Il modo in cui il veganismo viene rappresentato, d’altra parte, non è una questione nuova. Analizzando criticamente la letteratura scientifica sul vegetarianismo e sul veganismo, il sociologo Matthew Cole (2008: 707-708) osservava:
il linguaggio utilizzato per descrivere i vegani e il veganismo contribuisce in parte a costituire la comprensione prodotta dalla ricerca. I discorsi ascetici riproducono implicitamente un ordinamento gerarchico delle diete occidentali che colloca, in particolare, il veganismo in fondo alla gerarchia. Ricostruendo i vegani come asceti e il veganismo come una forma di astensione, la ricerca sociale colloca il veganismo al di fuori dell’ambito delle pratiche alimentari “normali”, riproducendo così una concezione di senso comune del veganismo come troppo difficile da mantenere per molte persone e dei vegani come, in qualche modo, eccezionali.
Anche un linguaggio apparentemente neutro può nascondere una gerarchia implicita, “oscurando la possibilità di considerare le diete vegane esteticamente (e non solo moralmente) superiori o equivalenti alle diete che includono prodotti di origine animale” (Cole, 2008: 707).
Abbiamo così attraversato tre confini epistemici.
Nel primo caso, il confine dell’oggetto: dove comincia e dove finisce la “storia del Parmigiano Reggiano”?
Nel secondo, il confine della pertinenza: quali fatti entrano nella spiegazione e quali vengono collocati altrove?
Nel terzo, il confine tra descrizione e prescrizione: dove finisce la descrizione e dove cominciano l’inferenza, la previsione e la valutazione?
È qui che la questione del non detto si fa più complessa.
C’è un elemento che questa ricognizione rende evidente e che, da una prospettiva antispecista, non può essere trascurato. In tutte e tre le narrazioni gli animali non umani non compaiono mai come soggetti. Quando lo fanno, sono esclusivamente elementi funzionali a un processo: macchine produttive, fonti di proteine, variabili energetiche. La loro soggettività non entra mai nella narrazione. E non può farlo, evidentemente, perché altrimenti quella narrazione verrebbe scompaginata. Tale assenza, infatti, non viene nemmeno percepita come tale, non c’è bisogno di nominarla, non c’è bisogno di giustificarla.
Nel campo della doxa, ovvero perché l’ovvio non ha bisogno di essere spiegato
Ciò che è indicibile non è necessariamente ciò che non può essere detto. A volte, è indicibile ciò che non può essere detto senza entrare immediatamente nel campo dell’ideologico, del parziale. La distinzione, tuttavia, sebbene possa sembrare ovvia a un primo sguardo, si rivela più complessa del previsto.
Proprio perché l’ovvio, in quanto tale, non necessita di essere indagato.
In altri termini: come si costruisce il confine tra ciò che può essere detto mantenendo lo statuto di divulgazione “neutra” e ciò che, una volta detto, apre la strada a una ri–significazione in senso ideologico, etico o militante?
È qui che il concetto di doxa può venirci in aiuto.
A partire dal pensiero di Bourdieu, la doxa rimanda a quell’insieme di credenze, presupposti e classificazioni che, proprio perché profondamente incorporati nel mondo sociale, tendono a non presentarsi più come una posizione particolare sul mondo (Cattani, 2021). Appaiono ovvi, naturali. Non hanno bisogno di essere continuamente affermati perché costituiscono lo sfondo a partire dal quale distinguiamo ciò che necessita di una spiegazione da ciò che può essere semplicemente dato per scontato (Alciati, 2012).
È questa distinzione che lo schema seguente prova a rendere visibile: il campo della doxa, ovvero di ciò che rimane indiscusso, e il campo dell’opinione. Quest’ultima non va intesa come credenza soggettiva contrapposta ai fatti, ma come universo del discorso: ciò che, in un determinato contesto, può essere formulato, discusso e contestato apertamente.

Vista da questa prospettiva, la questione della divulgazione assume una forma diversa. La doxa non determina necessariamente ciò che possiamo conoscere. Piuttosto, contribuisce a definire il perimetro entro il quale riteniamo necessario conoscere.
Dove facciamo iniziare una spiegazione. Quali domande consideriamo pertinenti. Quali fatti selezioniamo. Quali conseguenze siamo disposti a trarre dai dati. Quali giudizi riconosciamo immediatamente come ideologici e quali, invece, smettiamo persino di percepire come giudizi perché coincidono con ciò che già consideriamo normale. Quali soggetti sono titolati ad entrare nel campo semantico della storia che stiamo raccontando.
Come nota la criminologa Sollund (2012), lo specismo inteso come pregiudizio e come pratica di discriminazione sistematica nei confronti degli animali non umani può essere letto come appartenente alla dimensione della doxa:
Le pratiche di (ab)uso degli animali sono così diffuse – così culturalmente diverse e disperse – da far parte della doxa (Bourdieu 1995). Bourdieu (1984) definisce la doxa come ciò che è evidente di per sé e legato a sistemi di classificazione che determinano ciò che è e ciò che non è interessante, ciò di cui non si parla, poiché non vi è alcuna riflessione ad esso connessa (Bourdieu 1984: 96).
Il caso dello specismo non esaurisce naturalmente il campo della doxa, né pretende di offrire un paradigma della divulgazione. Piuttosto, è un caso studio particolarmente rilevante nel mostrare il suo funzionamento: stabilire il campo del dicibile e dell’indicibile.
Il latte entra nel caseificio e da quel momento comincia la storia del Parmigiano. L’allevamento è un fatto scientificamente pertinente quando serve a spiegare la persistenza della lattasi; le condizioni materiali nelle quali oggi quel latte viene prodotto possono diventare «remore di tipo etico».
Affermare che un veganismo di massa è «destinato a fallire» o «francamente ridicolo» può essere percepito come una conclusione realistica sul funzionamento del mondo; sostenere la possibilità di trasformare radicalmente il nostro rapporto con gli altri animali rischia invece di essere immediatamente ricondotto all’ideologia.
Non si tratta di stabilire che una posizione sia necessariamente corretta e l’altra sbagliata. Si tratta di riconoscere che entrambe sono posizioni.
Ma che una di esse gode di un privilegio particolare:
può spesso evitare di presentarsi come tale.
Il paradosso della neutralità
A questo punto la domanda iniziale può essere riformulata. Non possiamo certo chiedere a chi divulga di dire tutto. Sarebbe impossibile. Non possiamo nemmeno pretendere che la divulgazione scientifica si trasformi necessariamente in attivismo.
Il tema è piuttosto chiedersi se la correttezza delle informazioni contenute in un discorso sia sufficiente a rendere neutrale il modo in cui quel discorso costruisce il proprio oggetto.
Probabilmente no.
La divulgazione può essere scientificamente corretta e, nello stesso tempo, lasciare fuori campo altri elementi, più o meno essenziali, per comprendere ciò di cui sta parlando. Ed è nel cercare di mostrarlo che si gioca la partita della sociologia critica.
Può inoltre tracciare un confine apparentemente neutro tra fatti e valori e, contemporaneamente, trattare una posizione normativa dominante come se non fosse anch’essa una posizione.
D’altra parte, una nostra tendenza, forse innata, è descritta con tagliente ironia dal teorico Terry Eagleton (2023):
Proprio come l’alitosi, l’ideologia è quella che l’altro ha.
Può partire da dati solidi e arrivare a conclusioni nelle quali descrizione, inferenza, previsione e valutazione finiscono per sovrapporsi. Questo non rende automaticamente falsa la divulgazione. Ma rende necessario interrogare la costruzione della sua neutralità.
Il cosiddetto debunking (Treccani, 2020) va di moda e molti divulgatori, giustamente, sono sempre più attenti a citare le fonti, verificare i dati, controllarne l’uso e combattere le pseudoscienze. Tutto giusto. Ma cosa accade quando il debunking incontra non una credenza marginale o una pseudoscienza, bensì una pratica socialmente normalizzata, anche quando le sue dimensioni e le sue conseguenze risultano problematiche?
Per tornare al caso da cui siamo partiti e chiudere il cerchio, o meglio, scompaginare l’apparente linearità dell’ordine del discorso, due ulteriori considerazioni intorno al tema del latte, dei latticini e delle condizioni che ne rendono possibile la riproduzione.
L’industria lattiero-casearia beneficia di ingenti sussidi pubblici, campagne di promozione, marketing, sponsorizzazioni e attività di lobbying.
Un recente rapporto sull’allocazione dei sussidi della Politica Agricola Comune europea stima che nel 2020 il 77% dei sussidi PAC destinati alla produzione alimentare fosse riconducibile agli alimenti di origine animale, includendo i sussidi alla produzione di mangimi, con circa 16 miliardi di euro destinati al settore lattiero-caseario (Foodrise, 2026).
A questo si aggiunge il modo in cui l’industria comunica la propria sostenibilità.
Uno studio pubblicato su PLOS Climate ha analizzato le dichiarazioni ambientali e gli impegni climatici delle principali aziende mondiali della carne e dei latticini, evidenziando una diffusione sistematica di affermazioni riconducibili a diverse forme di greenwashing (Bach et al., 2026).
Anche qui, la scienza può contribuire a rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto fuori campo. La Dichiarazione di Cambridge sulla coscienza (2012) e, in seguito, la Dichiarazione di New York sulla coscienza animale (2024) hanno sintetizzato e reso pubblicamente accessibile lo stato delle conoscenze scientifiche sulla coscienza animale.
Oggi esiste un forte supporto scientifico all’attribuzione di esperienza cosciente agli altri mammiferi e agli uccelli, e almeno una possibilità realistica di esperienza cosciente in tutti i vertebrati e in molti invertebrati (Low et al., 2012; Andrews et al., 2024).
Queste conoscenze non ci dicono automaticamente quale società dobbiamo costruire.
Ma rendono sempre più difficile sostenere che il modo in cui trattiamo gli altri animali possa essere semplicemente sottratto alla discussione.
Naturalmente si può sempre sostenere che ciò non sia rilevante, che l’uomo possa disporre degli altri animali come meglio crede, che determinate forme di dominio siano moralmente accettabili, che contino il gusto che proviamo nel fare le cose, il profitto che ricaviamo, la tradizione o altre ragioni.
Bene. Però va reso esplicito. E ci si deve prendere la responsabilità pubblica per ciò che si sceglie di mostrare e per ciò che si lascia fuori campo. Perché anche questa è una posizione.
Non il punto zero dal quale tutte le altre diventano improvvisamente ideologiche. Altrimenti non si fa semplicemente divulgazione. Si rischia di promuovere lo status quo spacciandolo per verità autoevidente.
Il debunking non si può fare solo contro la «lobby del bicarbonato e dell’aceto» (Rollini, 2020).
Va fatto anche là dove il potere assume dimensioni imponenti, dove si intrecciano interessi economici, tradizioni culturali violente e oppressive, interessi elettorali, pulsioni non esattamente nobili.
Sollund (2012) si chiedeva se stessimo in realtà attraversando un periodo di transizione dove lo specismo viene messo in crisi, esce dal campo della doxa e diventa perciò un oggetto scrutinabile. La domanda credo sia ancora oggi pertinente.
Forse la responsabilità pubblica di chi divulga comincia anche da qui. Dal riconoscere che decidere dove comincia e dove finisce una spiegazione è già parte della spiegazione.
E che il pensiero critico diventa davvero tale quando riesce a rivolgersi anche verso ciò che appare più ovvio.
Proprio perché è lì, nell’ovvio, che spesso smettiamo di fare domande.
Se questa riflessione ti ha fatto guardare diversamente a ciò che chiamiamo “neutralità”, condividila con chi potrebbe porsi la stessa domanda.
Fonti e approfondimenti
- Alciati, R. (2012). Un nuovo spirito scientifico: la rivoluzione simbolica di Pierre Bourdieu. In R. Alciati & E. R. Urciuoli (eds.), Il campo religioso. Torino: Accademia University Press. Disponibile su books.openedition.org
- ANAFIBJ. (2025). Medie produzioni nazionali Frisona 2024. Associazione Nazionale Allevatori della Razza Frisona, Bruna e Jersey Italiana. Disponibile su anafi.it
- Andrews, K., Birch, J., Sebo, J., and Sims, T. (2024) Background to the New York Declaration on Animal Consciousness. Disponibile su nydeclaration.com
- Bach, M., Loy, L., Mach, K. J., Shukla McDermid, S., & Jacquet, J. (2026). Environmental claims, climate promises, and ‘greenwashing’ by meat and dairy companies. PLOS Climate, 5(4), e0000773. Disponibile su journals.plos.org.
- Barbascura X. (2026, 15 luglio). Ma voi lo sapete come si fa il Parmigiano Reggiano? Ho seguito il processo di produzione, e oggi vi racconto tutto [Video]. Facebook. Disponibile su facebook.com
- Bressanini, D. (2017, 19 dicembre). Bere LATTE è naturale? [Video]. YouTube. Disponibile su youtube.com
- Cattani, L. (2021). L’attualità del pensiero di Pierre Bourdieu. Pandora Rivista. Disponibile su pandorarivista.it
- Cole, M. (2008). Asceticism and hedonism in research discourses of veg*anism. British Food Journal, 110(7), 706–716. Disponibile su emerald.com
- Cross, D. (2023). The Undiscussed University: Art Practice and Institutional Transformation Towards Ecopedagogy. Issue, 20. Disponibile su hesge.ch
- Eagleton, T. (2023). What’s your story? London Review of Books, 45(4). Disponibile su lrb.co.uk
- Essere Animali (n.d.). Latte. Essere Animali ETS. Disponibile su essereanimali.org
- Fantini, A. (2025). Che livelli di produzione di latte ha raggiunto la Frisona italiana durante la primavera 2025? Ruminantia. Disponibile su ruminantia.it
- Foodrise. (2026). CAP at the crossroads: Reforming EU CAP subsidies to support healthy sustainable diets. Foodrise. Disponibile su foodrise.org
- Lovarelli, D., Tamburini, A., Garimberti, S., D’Imporzano, G., & Adani, F. (2022). Life cycle assessment of Parmigiano Reggiano PDO cheese with product environmental footprint method: A case study implementing improved slurry management strategies. Science of the Total Environment, 842, 156856. Disponibile su sciencedirect.com.
- Low, P., Panksepp, J., Reiss, D., Edelman, D., Van Swinderen, B., & Koch, C. (2012). The Cambridge Declaration on Consciousness. Disponibile su fcmconference.org
- Marx, K. (1994). Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo (D. Cantimori, trad.). Editori Riuniti. (Opera originale pubblicata nel 1867).
- Montinaro, E. (2021). Scarti riqualificati dell’industria. Norme minime per la protezione dei vitelli. Animal Law Italia. Disponibile su ali.ong
- Moriconi, E. (2025). La vita di una mucca nella filiera del latte. Disamina scientifica su bisogni etologici, selezione genetica, condizioni di vita e necessità normative di tutela. Impronte, 42(3). Disponibile su lav.it
- Rollini, R. (2020, 11 giugno). NON mischiare ACETO e BICARBONATO per Pulire Casa e Sturare il Lavandino [Video]. YouTube. Disponibile su youtube.com
- Smil, V. (2023). Come funziona davvero il mondo: Energia, cibo, ambiente, materie prime: le risposte della scienza. Einaudi. Disponibile su einaudi.it
- Sollund, R. (2012). Speciesism as doxic practice versus valuing difference and plurality. In Eco-global crimes: Contemporary problems and future challenges. Routledge. Disponibile su ResearchGate.
- Sternieri, S. (n.d.). Parmigiano Reggiano e dieta vegetariana: i vegetariani possono mangiarlo? Caseificio 4 Madonne. Disponibile su caseificio4madonne.it
- Treccani. (2020). Debunking. In Vocabolario online – Neologismi. Disponibile su treccani.it
- Unione europea. (2018). Documento unico «Parmigiano Reggiano» (PDO-IT-02202). Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, C 132, 17–19. Disponibile su backend.parmigianoreggiano.com
