La scelta antispecista


Sapere non basta.

È questione di vedere con altri occhi.

Capire lo specismo richiede tempo. Non perché sia complicato, ma perché tocca meccanismi profondi — psicologici, culturali, economici — che siamo stati addestrati a non vedere.

Questo percorso non ha un punto d’arrivo. Ha una direzione.

I post sono pensati per essere letti in sequenza.
Puoi entrare da qualsiasi punto.

Quelli già pubblicati hanno il link diretto. Gli altri sono in arrivo.


Il mio posizionamento è semplice: il veganismo è un atto politico, lo specismo una struttura di dominio, il pensiero sistemico una necessità.

Se vuoi approfondire leggi il posizionamento completo ↓


  1. Senzienza — Cartesio aveva torto marcio
    Sappiamo più di quanto siamo disposti ad ammettere.
    La senzienza non è un’opinione — è ciò che rende insostenibile tutto il resto.
  2. Tonnellate di sofferenza
    Ordini di grandezza che la mente fatica a elaborare. Quando i numeri crescono, le vite scompaiono — e smettiamo di vederle.
  3. Intorpidimento psichico
    Perché più le vittime sono numerose, meno ci commuovono.
    Un meccanismo che ci protegge — e rende possibile la violenza su larga scala.
  4. Dissonanza cognitiva
    Vogliamo non fare del male agli animali — e continuiamo a farlo. Un viaggio dentro l’architettura cognitiva che ci consente di rimuovere.
  5. Normale, naturale, necessario
    Come ogni sistema di oppressione si autolegittima. Tre parole che rendono la violenza invisibile — anche quando è ovunque.

Vedere non basta.

  1. Big AG (industria animale) — Il potere economico
    Chi guadagna dal genocidio animale.
    Sussidi, lobbying, disinformazione: come il sistema si protegge e si riproduce.
  2. Antispecismo — E allora i nematodi?
    Le critiche, i confini, le risposte. Quali vite contano, perché — e cosa implica davvero tracciare quel confine, ogni giorno.
  3. Gli allevamenti intensivi non esistono. Viva gli allevamenti intensivi
    Come un’astrazione diventa rassicurazione.
    Una formula che tranquillizza — e tiene fuori campo gli animali come individui.
  4. Violenza intra e interspecifica
    Il legame tra la violenza sugli animali non umani e quella sugli esseri umani. Dai macelli alla società — la violenza non si ferma, cambia forma.
  5. Gli animali non sono astrazioni
    Come separiamo il prodotto dalla vita.
    Pubblicità, linguaggio e design costruiscono distanza e la rendono normale.

Non è un caso.

  1. Corpi da consumare
    Oppressione di genere e sfruttamento animale. Perché le lotte sono connesse. Corpi diversi, stessa logica: controllo, consumo, rappresentazione.
  2. Veganismo nero
    Razza, colonialismo e costruzione dell’animale. Smontare il razzismo implica interrogare anche il confine tra umano e non umano.
  3. Lo spillover della sofferenza
    La salute non è separata — è dentro le relazioni che costruiamo con gli altri esseri viventi.
  4. Antibiotico-resistenza
    Una crisi prodotta dagli allevamenti. Il prezzo invisibile di un sistema che spinge oltre ogni limite.
  5. Pandemie
    Il salto di specie non è un evento — è un risultato.
  6. Consumare il mondo
    Il costo ecologico dello specismo. Un costo ecologico che non stiamo davvero contando — finché non diventa irreversibile.
  7. La matematica dello sfruttamento
    Risorse, calorie, terra: perché i conti dell’allevamento non tornano.

A questo punto, non si può più ignorare.

  1. Vystopia L’angoscia della consapevolezza
    Una volta che lo vedi, non puoi smettere di vederlo.

Restare fermi non è più un’opzione.

Adesso, puoi scegliere.

Veganismo, Antispecismo e Pensiero Sistemico

Molti vorrebbero che il veganismo fosse un fatto privato, una scelta strettamente personale confinata alla dimensione della coscienza individuale.

Proprio perché rende visibile ciò che non deve essere reso visibile:

che la produzione, il consumo e lo sfruttamento degli animali non umani costituiscono una scelta.

Il processo di mercificazione ha spesso ridotto questa pratica a un brand, una moda di consumo o una mera opzione dietetica.

Di fronte a questa mercificazione — comune, in parte, a tutti i movimenti di giustizia — le strade possibili sono due:
abbandonare il termine, ritenendolo ormai privo di carica trasformativa,
oppure rivendicarne il significato originario e radicale all’interno del dibattito pubblico.

La scommessa teorica e pratica di RADICAL PATHS si muove in questa seconda direzione, disertando però ogni sterile dogmatismo o retorica della purezza.

Non interessa stabilire primati di radicalità o alimentare logiche identitarie, ma analizzare i fenomeni attraverso le lenti del pensiero sistemico.

Se isolato dalle altre dinamiche sociali, il veganismo rischia di trasformarsi in una nicchia di consumo etico perfettamente integrata nei mercati globali.

Inserito invece in una prospettiva sistemica, si rivela per ciò che è:
un tassello fondamentale di una critica complessiva ai modelli di dominio.

Lo specismo, infatti, non è un semplice pregiudizio individuale,
ma una struttura di potere
intrecciata alle logiche estrattive,
economiche ed ecologiche del nostro modello di sviluppo.

In quanto paradigma della discriminazione,
trasforma la differenza in gerarchia
e rende la violenza costitutiva del nostro interagire con il mondo.

Proprio perché lo specismo è una forma di dominio così normalizzata, culturalmente innervata e profonda, sarebbe ingenuo pensare di avere già a disposizione tutti gli strumenti per comprenderlo e superarlo.

La teoria e la prassi antispecista
sono ancora, in larga parte,
da costruire.

Il punto di partenza, però, è chiaro:

L’antispecismo smette di assumere
violenza e oppressione come inevitabili.

La liberazione animale apre — già ora — nuove possibilità di coesistenza.

In quest’ottica, la pratica politica mantiene una forza trasformativa irrinunciabile.

Le scelte vegane antispeciste non si limitano al piano simbolico:
rompono relazioni di violenza,
liberano vite oppresse,
mobilitano comunità
e rendono possibili economie alternative.

È una forma di resistenza prefigurativa:
un atto di rottura che permette di costruire, già nel presente, frammenti e infrastrutture di libertà — come i santuari per animali liberati.

Non possiamo aspettare il crollo sistemico per cominciare.

Possiamo partire da qui:
dai modi concreti con cui scegliamo di relazionarci con il vivente.