Attraversare la porta. La scelta migliore che ho fatto nella vita

La porta semiaperta

Ogni volta che ti arriva un’informazione sugli allevamenti, senti che c’è qualcosa che non va. Ti avvicini alla porta del cambiamento, semiaperta.

Ti affacci. Poi la richiudi. Immediatamente.

Non è piacevole guardarci dentro. Soprattutto all’inizio. Ma richiuderla non cambia le cose. Rafforza solo lo status quo. Io l’ho aperta. E l’ho attraversata. Ecco cosa è successo.

Sono nato e cresciuto in città, ma fin da bambino la natura e gli animali mi hanno affascinato. Poi, come succede a molti, ho completamente perso e ignorato questa parte di me. Da adulto ho ricominciato a cercare più tempo in natura, ho ricominciato a pensare agli animali non umani. Lo studio e l’attivismo mi hanno portato a studiare i sistemi e le filiere alimentari. Sono diventato socio di una Food Coop (Camilla), poi di una CSA (Arvaia). Criticavo gli allevamenti intensivi, ma gli animali esistevano solo come astrazioni nella mia mente. Non li conoscevo, non li incontravo, non sapevo nulla di loro.

Il primo passo

Il primo passo è mettere in tensione la narrazione che ci ha accompagnato per tutta la vita, fino a quando qualcuno o qualcosa non l’ha turbata.

Osservare quella tensione.

Aprire a nuove narrative, più coerenti con ciò che sappiamo e sentiamo.

Ecco ciò che serve per iniziare il cambiamento.

La prima crepa profonda è arrivata a dicembre 2022, a Sydney (Australia). Ero a una proiezione del documentario Dominion: due ore di sofferenza animale impietosa. Sono uscito con le viscere ribaltate. Ma il mio cervello ha attivato subito dei meccanismi di difesa per proteggersi. Cercavo i punti deboli: «il documentario non cita le fonti», «il cibo vegano dopo l’evento è industriale, troppa plastica». Cercavo nel razionalismo una scusa per non soffrire.

Eppure, quel seme era piantato. Ho accettato una sfida vegana di un mese e ho iniziato a chiedermi: se le condizioni sociali ed economiche lo consentono, non è forse la scelta più etica evitare l’allevamento in quanto tale?

Al mio rientro in Italia, marzo 2023, sono diventato vegetariano. Ma era ancora una consapevolezza superficiale.

Il cambiamento: semplice e difficile

Il cambiamento è semplice e difficile allo stesso tempo.

È semplice perché, nella maggior parte dei casi, abbiamo già tutti gli strumenti per metterlo in atto. Non servono competenze particolari, né uno sforzo sovrumano.
A un certo punto, basta scegliere.

È difficile perché va contro tutto ciò che ci hanno insegnato fin da bambini. Va contro le nostre abitudini più radicate, contro i ricordi che ci rassicurano, contro la comodità di non vedere, di non sapere, contro l’illusione di non dover scegliere.

Come ogni percorso di consapevolezza, non è facile. Non è comodo. Non è rapido. Richiede intenzione. Richiede osservazione. Richiede di sedersi accanto a ciò che è scomodo, fastidioso, doloroso.

Non si tratta di giudicare gli altri. Si tratta di prendersi la propria responsabilità. Perché facciamo parte di una rete di sfruttamento e oppressione, molto più grande e organizzata di noi.

Ma possiamo scegliere di non alimentarla.

L’incontro che cambia tutto

Il saggista Gabriele Morelli, con berretto scuro e maglia nera della Cooperativa Dulcamara, ritratto all'aperto mentre la mucca Bettina, dal manto marrone, gli si avvicina con affetto poggiando il muso contro il suo fianco vicino a una recinzione in legno. Sullo sfondo si estende un prato verde con alberi spogli.

Con Bettina, Dulcamara 2024

Tutto è cambiato nel marzo 2024, quando ho iniziato a vivere e lavorare presso l’agriturismo vegano e rifugio per animali liberati Dulcamara, a Ozzano dell’Emilia. Lì quella tensione si è risolta in qualcosa di completamente nuovo.

Mi sono ritrovato davanti agli animali di cui dovevo prendermi cura e mi sentivo un idiota.

Ho realizzato che non sapevo nulla di loro, nemmeno di quelli che alleviamo da millenni. Non sapevo comunicare, non sapevo leggere i loro comportamenti, non ne capivo i bisogni. Solo osservando giorno dopo giorno, le cose sono lentamente cambiate.

Contemporaneamente, lo studio dell’antispecismo ha ribaltato la mia visione del mondo. Io, che ho sempre pensato di lottare per la giustizia sociale e per gli oppressi, ho scoperto di colpo che gli esseri più oppressi della storia non li avevo mai visti. Erano lì, davanti a me, ma la mia cultura li rendeva invisibili.

Per iniziare a cambiare, come suggerisce anche la ricerca (Joy, 2022), è fondamentale riconoscere gli animali come individui.

L’incontro può rendere questo riconoscimento concreto: permette di osservarli, ascoltarli e, nel farlo, ascoltarsi.

Nell’estate del 2025, durante un progetto all’estero, ho incontrato una ragazza irlandese, figlia di un allevatore. Una conversazione non facile. Ho cercato solo di fare domande.

A un certo punto mi dice che non tutti gli allevatori trattano male gli animali. Suo padre, ad esempio, no. Poi fa una pausa. Dopo qualche secondo aggiunge: «Certo, fino a quando deve mandarli al mattatoio».

Più tardi, mentre eravamo con alcuni animali salvati — asini, capre, maiali — mi dice: «Questi animali sono incredibili. Hanno tutti una personalità così forte. Sono divertenti. È molto bello stare con loro».

È vero. Peccato che valga per ogni individuo. Anche per quelli selezionati geneticamente per fini produttivi. Ogni singolo animale “da allevamento” ha una personalità. Schiacciata sotto il peso delle catene. Rinchiusa in spazi angusti. Soffocata dallo sporco delle proprie feci.

Un grande maiale dal folto pelo scuro e ispido, di nome Belen, disteso a occhi chiusi e rilassato all'interno di una pozza di fango chiaro. Sullo sfondo si notano la recinzione in legno e rete metallica di un recinto e una capanna in legno della Cooperativa Dulcamara in una giornata di sole.

Belen

Perché non posso dimenticare

Lavorando in diversi santuari, ho visto da vicino la diversità di comportamenti, interessi, personalità degli animali di specie diverse. Ho visto anche come soffrono. Per questo non posso dimenticare.

Primo piano di due grandi bovini dal manto marrone, Dino e Bettina, all'interno di un recinto fangoso alla Cooperativa Dulcamara. L'animale più alto sullo sfondo poggia delicatamente il muso sulla testa dell'animale più piccolo in primo piano in un gesto di affetto. Sullo sfondo si scorgono una stalla in legno e un tetto rosso.

Dino e Bettina

Quella ragazza non era indifferente, tutt’altro. Era solo prigioniera di una narrazione ereditata: quella che dice che si può rispettare qualcuno e poi decidere quando deve morire. In quel momento ho capito che i fatti, da soli, non bastano se non mettiamo in tensione la storia che ci raccontiamo.

Ho scelto di partire dalla razionalità e dalla scienza perché non credo debba esistere una separazione netta tra emozioni e pensiero critico. Se è vero che le narrazioni e le emozioni sono potenti, dobbiamo sempre riportarle ai fatti. La consapevolezza è l’unica cosa che può ancorare il sentimento alla realtà, impedendogli di diventare una reazione passeggera.

La scelta migliore della mia vita

Sono convinto che sia stata la decisione migliore della mia vita.

Perché allinea valori e azioni.

Perché posso scegliere ogni giorno.

Perché in una società sempre più complessa, globale e digitale, dove contare qualcosa sembra impossibile, posso riprendermi il mio spazio di libertà. Posso riprendermi la mia autodeterminazione.

Perché mi ha aperto un mondo di conoscenza, emozioni, connessioni, curiosità che non finisce mai. E di cui sarò sempre grato.

Mettere in tensione la narrazione che ci accompagna da sempre: è questo il passaggio cruciale. Significa accettare il fastidio di una verità che non coincide con la nostra comodità.

Questa non è una conclusione. È l’inizio di un percorso radicale.

Radicale nel senso che va alla radice del problema.

Perché lo specismo rende la violenza costitutiva del nostro interagire con il mondo.

L’antispecismo smette di assumerla come inevitabile.

La liberazione animale apre, già ora, nuove possibilità di coesistenza.

Due cavalli scuri pascolano liberi su un prato verde e collinare alla Cooperativa Dulcamara. Al centro della scena si staglia un grande albero dal tronco nodoso, mentre sullo sfondo si estende il panorama delle colline appenniniche sotto un cielo azzurro e limpido. Sulla sinistra si notano un tavolo e delle panche in pietra.

Penelope e Sunny


Condividi questa storia con chi si sta affacciando al cambiamento e ha bisogno di ispirazione per attraversare la porta


Simbolo dell'interconnessione tra umani e animali non umani, radicata in una prospettiva antispecista

Approfondimenti e risorse

  • Food for Profit – Inchiesta di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi sulle lobby dell’industria della carne in Europa.
  • Dominion – Documentario di inchiesta sui sistemi di allevamento. (Contiene immagini forti).
  • Melanie Joy – Psicologa sociale, autrice di “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche”.
  • Cooperativa Dulcamara – Agriturismo biologico e rifugio per animali liberati a Ozzano dell’Emilia (BO). Per vedere la vita quotidiana al rifugio, seguilo su Instagram.