Riflessioni in margine a una pandemia globale

Scritto nell’ottobre 2021, durante la pandemia di Covid-19, questo breve testo nasce da un’esperienza personale e da una consapevolezza: parlare di salute mentale oggi rimane un atto problematico, ma proprio per questo fondamentale.

“Ciao, come stai?”

“Tutto bene grazie, tu?”

“Bene, grazie”.

Quante volte al giorno questa finzione linguistica si ripete come un vuoto rituale cui non diamo ormai alcun significato concreto?

In realtà, questo scambio puramente formale è legato a una convenzione sociale ben precisa che ci impone di ricercare continuamente il godimento e il piacere come fine in sé e manifestarlo pubblicamente così che tutti possano vederlo.

Il godimento continuo è diventato il nostro dovere di consumatorispettatori, esso “funziona effettivamente come uno strano dovere etico: gli individui si sentono in colpa non tanto perché, nel darsi a piaceri illeciti, violano le proibizioni morali, quanto perché non sono capaci di godere”, scrive il filosofo Žižek (2009). E forse, a ragione, ci invita a rivendicare il diritto a non godere.

Non è facile perciò comprendere la violenza che si cela dietro un banale scambio di battute, e alla frase “tutto bene”, ripetuta senza nemmeno pensare che ci debba o possa essere un’alternativa.

In effetti, qualsiasi altra risposta risulterebbe sgradita, fuori posto e provocherebbe una reazione infastidita, annoiata, il cui sotteso sarebbe: “non ti ho mica chiesto di raccontarmi la tua vita e i tuoi problemi, dimmi solo: tutto ok, grazie”. Così la finzione può continuare.

Eppure, sospetto che le molte forme di disagio crescente siano tutt’altro che passeggere.

Quante forme di sofferenza, malessere e solitudine vengono in questo modo celate, soppresse, ignorate?

Io stesso mi ritrovo in questa finzione di continuo, meccanicamente, senza opporvi resistenza.

Eppure nell’ultimo periodo, piuttosto lungo a dire il vero, molte volte avrei voluto rispondere, con Slataper (2005), “sono tutto rotto e spaccato”.

Eppure, troppe volte mi sono conformato a quelle norme sociali non scritte.

Forse è arrivato il momento di metterle in discussione, ora che la pandemia ha mostrato le molteplici fratture e debolezze dei nostri sistemi sociali.

Forse bisogna avere il coraggio di guardare nietzschianamente dentro l’abisso.

Mark Fisher (2018) ha descritto con precisione la condizione psicologica del capitalismo contemporaneo e individuato come terreno politico di lotta il disagio mentale, spingendoci a domandare: “com’è potuto diventare tollerabile che così tante persone, e in particolare così tante persone giovani, siano malate? La “piaga della malattia mentale” che affligge le società capitaliste lascia intendere che, anziché essere l’unico sistema che funziona, il capitalismo sia innatamente disfunzionale; il prezzo che paghiamo per dare l’impressione che il capitalismo fili liscio è davvero molto alto”.

Socializzare il disagio diventa perciò un atto politico e di liberazione:

“L’ontologia oggi dominante nega alla malattia mentale ogni possibile origine di natura sociale. Ovviamente, la chimico-biologizzazione dei disturbi mentali è strettamente proporzionale alla loro depoliticizzazione: considerarli alla stregua di problemi chimico-biologici individuali, per il capitalismo è un vantaggio enorme. Innanzitutto, rinforza la spinta del Capitale in direzione di un’individualizzazione atomizzata (sei malato per colpa della chimica del tuo cervello); e poi crea un mercato enormemente redditizio per le multinazionali farmaceutiche e i loro prodotti (ti curiamo coi nostri psicofarmaci). Che qualsiasi malattia mentale possa essere rappresentata come un fatto neurologico è chiaro a tutti. Ma questo non ci dice nulla sulle cause”.

E voi come state?

Tutto bene no?


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Fonti e approfondimenti

  • Fisher, M. (2018). Realismo capitalista, traduzione di V. Santarcangelo, Roma, Nero Editions.
  • Slataper, S. (2005). Il mio Carso, a cura di B. Panieri, Ravenna, Allori Edizioni.
  • Žižek, S. (2009). Leggere Lacan. Milano, Bollati Boringhieri.