Il caporalato contemporaneo: Poste Italiane e la macchina del ricatto lavorativo

Questo articolo nasce da un’etnografia del lavoro precario contemporaneo: un mese come portalettere nel centro di Bologna Ponente di Poste Italiane, febbraio 2024.

Il caporalato esiste nelle metropoli italiane?

Se immaginiamo il caporalato come un fenomeno confinato alle campagne del Sud Italia, la risposta è no.

Se lo guardiamo come un insieme di pratiche—ricatto occupazionale, intensificazione dei ritmi, compressione dei diritti—la risposta cambia.

In questa forma, può avere il volto rispettabile di Poste Italiane — azienda a controllo pubblico, quotata in borsa, certificata “Top Employer” (Poste Italiane, 2026) per aver continuato a investire creando occupazione qualificata e giovanile—almeno secondo i suoi stessi comunicati.

La realtà, per la parte più debole dei lavoratori, è diversa.

Oltre 10.000 precari assunti ogni anno con contratti di pochi mesi, sottoposti a condizioni “extra-contrattuali” che rasentano lo sfruttamento sistematico. Non si tratta di inefficienze gestionali o di eccessi individuali. È la struttura stessa a funzionare così.

Il postino suona sempre due volte. Il postino precario lavora sotto ricatto, costretto a fare ore e ore di straordinari non pagati, a subire mobbing e pressioni psicologiche, a mettere a rischio la sicurezza propria e degli altri.

Ma andiamo con ordine.


Diventare postino in 72 ore

Contratto: 36 ore settimanali.
Retribuzione: circa 1.300 euro più buoni pasto.
Durata: 3 mesi.

Sulla carta, un buon lavoro.

Nella mia esperienza, dopo soli tre giorni di affiancamento ci si trova già a lavorare in autonomia piena. Secondo l’organizzazione, questo dovrebbe bastare per essere operativi. Non lo è. Non può esserlo.

Le procedure sono numerose, il carico di lavoro è composito (posta ordinaria, prioritaria, raccomandate), e la “gita” — la consegna — è solo una parte del lavoro, preceduta e seguita da operazioni di gestione della posta.

A questo si aggiunge un elemento centrale: l’instabilità territoriale. Il lavoratore precario è un tappabuchi nei centri sotto-organico. Cambia spesso zona, senza il tempo minimo per apprendere percorsi, tempi, relazioni.

Il carico reale di una giornata di lavoro per un portalettere neoassunto

Purtroppo non è un caso isolato. Queste condizioni sono coerenti con quanto documentato anche da inchieste giornalistiche sul lavoro precario in ambito postale (Sgreccia, 2023; Gazzetta di Milano, 2023).


Il tempo come dispositivo di controllo

“Qua se non si migliora con le consegne, non ti rinnovano.”

“Non guardare l’orario, vai avanti a testa bassa.”

“Non vi posso autorizzare gli straordinari, la posta è quella e va consegnata. È normale rientrare più tardi all’inizio.”

Nel mese in cui ho lavorato nel centro, queste non erano eccezioni, ma indicazioni quotidiane. Il controllo non passa da ordini formali, ma da un sistema di pressioni diffuse. Il risultato è misurabile: giornate lavorative di 10–12 ore, a fronte di 7 retribuite.

Lo scarto tra tempo contrattuale e tempo reale non è un’anomalia. È la condizione implicita di funzionamento, documentata anche da testimonianze esterne (Sgreccia, 2023).

È una forma di disciplinamento della forza lavoro — per usare un lessico foucaultiano.


Sicurezza e produzione del rischio

La contraddizione è evidente.

Da un lato: formazione sulla sicurezza.
Dall’altro: condizioni che rendono impossibile rispettarla.

Correre, saltare pause, accelerare le consegne, prendere scorciatoie. Il rischio non è un effetto collaterale: è un prodotto organizzativo.

Anche le organizzazioni sindacali segnalano criticità sistemiche nella sicurezza del lavoro in Poste Italiane. La SLC CGIL (2024) parla di portalettere “allo stremo” e di condizioni che mettono a rischio la salute e la sicurezza dei lavoratori, con particolare incidenza nel settore del recapito.

Qui il lavoro precario mostra una delle sue funzioni meno discusse: trasferire il rischio sistemico sull’individuo.


La normalizzazione dello sfruttamento

“È normale all’inizio, poi ti abitui.”

“Tieni botta, mi raccomando.”

“Resisti, poi andrà peggio perché andrà peggio, ma tu resisti.”

Vista dall’interno, la cosa più sorprendente è la velocità con cui questa condizione viene normalizzata.

Ho potuto documentare una narrazione del sacrificio, di resistenza come virtù, di sofferenza come rito di passaggio. Narrazione diffusa tanto tra i precari che tra chi ha il posto fisso. Chi legittimamente si sottrae a queste condizioni non è un lavoratore che rifiuta lo sfruttamento—è “un debole, uno che molla, un mantenuto.”

Lo sfruttamento diventa una pedagogia.

È qui che si attiva quello che Pierre Bourdieu (Benvenuto, 2019) definisce violenza simbolica: un dominio che non ha bisogno di imporsi apertamente.


Perché il sistema tiene: l’esercito di riserva

I precari non hanno alcun potere contrattuale a disposizione. C’è un esercito di riserva pronto a sostituire chi non si adegua. Le opzioni sono due: dimettersi ritenendo le condizioni inaccettabili, oppure continuare a testa bassa sperando di lavorare almeno 6 mesi per accedere alla graduatoria per una futura possibile assunzione a tempo indeterminato.

Ma Poste Italiane può prorogare fino a 12 mesi—e lo fa. L’assunzione in seguito, è tutt’altro che scontata.

Chi si dimette trasferisce il carico di lavoro su altri precari. Chi protesta lo sa. Chi si lamenta rischia tutto. Il meccanismo è perfetto: distribuisce il potere punitivo tra i precari stessi, facendo della solidarietà un lusso che nessuno può permettersi.

Il sindacato è poco presente e spesso connivente. Attivare un percorso legale è lungo e costoso. Nessuno si lamenta pubblicamente. La macchina va avanti nel silenzio generale, nell’ignoranza del pubblico di cosa si cela dietro una cartolina, un pacco o un quotidiano messo in buca.


La questione strutturale

Quello che emerge è il risultato di scelte politiche precise che oscillano tra gestione pubblica e logiche di mercato. Sebbene il DPCM del 2024 abbia aperto alla vendita di ulteriori quote di Poste Italiane, le mobilitazioni e il dibattito politico hanno spinto il Governo a fissare una soglia di sicurezza: lo Stato non scenderà sotto il 51% di partecipazione pubblica.

Tuttavia, il mantenimento della maggioranza assoluta non mitiga la deriva neoliberista. Anche con il controllo statale, Poste opera ormai con la logica della multinazionale estrattiva per remunerare il capitale e soddisfare i colossi dell’e-commerce, come Amazon e Zalando, clienti di Poste. In questo scenario, il postino precario smette di essere un operatore di servizio e diventa un costo variabile da comprimere per garantire dividendi.


Una domanda più grande

Definire queste pratiche come “caporalato” può sembrare provocatorio, ma ha una funzione analitica: evidenziare come lo sfruttamento contemporaneo non sia relegato ai margini illegali, bensì integrato nei processi ordinari di grandi organizzazioni (Ciccarelli, 2018).

Il caso bolognese mostra come, anche in un’azienda a controllo pubblico, possano emergere forme di lavoro segnate da:

  • precarietà sistemica,
  • ricatto occupazionale,
  • intensificazione estrema dei ritmi,
  • normalizzazione dello sfruttamento.

Negli ultimi anni sono emerse forme di auto-organizzazione tra lavoratori precari, come il movimento Lottiamo insieme CTD Poste Italiane, tentativi concreti di rendere visibili condizioni diffuse ma difficili da organizzare.

La questione di fondo resta però aperta:

perché accettiamo che un’azienda pubblica operi secondo logiche tipiche delle multinazionali?

Finché questa domanda resta senza risposta, il sistema continuerà a funzionare.


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Fonti e approfondimenti

Inchieste e testimonianze

  • Le impietose condizioni di lavoro dei portalettere precari di Poste Italiane. (2023, 21 Marzo). Gazzetta di Milano. Disponibile su: gazzettadimilano.it
  • Pascale, C. (2025, 8 Ottobre). Poste Italiane: il costo umano dell’efficienza. AgoraVox Italia. Disponibile su: agoravox.it
  • Sgreccia, F. (2023, 13 Dicembre). “Vuoi il rinnovo del contratto? Devi sopportare tutto e scordati le ferie”: La denuncia dei portalettere precari. L’Espresso. Disponibile su: lespresso.it

Fonti istituzionali e sindacali

  • Poste Italiane. (2026, 15 gennaio). Comunicato stampa: Poste Italiane è “Top Employer” per il settimo anno consecutivo. Disponibile su: posteitaliane.it
  • Presidenza del Consiglio dei Ministri. (2024). DPCM 17 settembre 2024: Criteri di alienazione della partecipazione dello Stato in Poste Italiane S.p.A. Disponibile su: mef.gov.it
  • SLC CGIL. (2024, 4 novembre). Comunicato stampa. Poste Italiane, SLC CGIL: “Portalettere allo stremo.” Disponibile su: cgilbasilicata.it

Riferimenti teorici

  • Benvenuto, S. (2019, 24 marzo). Una conversazione / Pierre Bourdieu. La violenza simbolica. Doppiozero. Disponibile su: doppiozero.com
  • Ciccarelli, R. (2023). Forza lavoro: Il lato oscuro della rivoluzione digitale. Roma: DeriveApprodi. Disponibile su deriveapprodi.com
  • Marx, K. (1867). Il Capitale.

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